Guerra e pace

Riflessioni rapsodiche su un tema che, invece, avrebbe bisogno del più serio ed impietoso approfondimento.
di Miranda Alberti

Io sono una pacifista pacifica (ci sono anche pacifisti non pacifici!), sono contro la guerra come ogni essere umano, credo, dotato di ragione e di un cuore. Sono contro tutte le guerre, compresa quella dei terroristi, sono anche contro la guerra psicologica che ci hanno dichiarato una stampa e un'informazione ciclopica (anche nel senso che vede da un occhio solo). Tutti gli argomenti portati contro la guerra sfondano in me una porta da sempre aperta. Hanno gioco fin troppo facile. Mi convincono ancor prima di averli letti ed esaminati attentamente. Più che leggere quelle parole, le sorvolo con gli occhi e già fanno parte di me e delle argomentazioni che prossimamente enuncerò, a mia volta, appena me ne sarà data l'occasione.

Eppure, da filosofo, qualche dubbio dovrebbe pur emergere da tutta questa mia metafisica convinzione... non sulla pace, evidentemente, ma almeno sugli argomenti portati, i quali non sono sempre così innocenti come si vorrebbe far credere.

Alcuni esempi: a cosa serve la guerra? È un argomento ricorrente (se lo sono posto anche Franca Rame e Dario Fo), eppure così falso... Di fatto questa è una domanda che, normalmente, si pongono coloro che la guerra la fanno e a cui sono in grado di dare una sincera, per quanto cinica, risposta: la guerra serve a far soldi con le armi, serve a tenere sotto controllo - con la paura - popoli giunti, ormai, alla disperazione, serve a coprire crisi di mercato, serve a controllare lo sviluppo demografico, serve ad aumentare il potere sulle risorse della terra ecc. Ma cosa ci sta a fare questa domanda in bocca ad un pacifista? Si tratta di sola retorica o di qualcosa di peggio, di qualcosa cioè che serve a far tacere la cattiva coscienza di ognuno di noi, pacifisti compresi? La guerra serve eccome e serve soprattutto a noi o, meglio, a quel sistema economico di cui noi quotidianamente approfittiamo. Questa è la verità. Se, poi, un pacifista volesse veramente porsi questa domanda dovrebbe, logicamente, rispondere: la pace non serve, eppure la vogliamo lo stesso anche se dovesse non tornarci utile, anche se dovesse costarci molto.

ll secondo argomento dubbio è simile al primo: non si rischia, con questa guerra, di innescare una reazione ancora più pericolosa (per noi)? È una domanda che trasforma la questione della pace in quella puramente egocentrica della propria personale sicurezza. È lo stesso argomento autoconservativo che spesso ci impedisce un comportamento civilmente responsabile, che ci fa scappare davanti ad un caso di evidente sopruso razzista per timore di ritorsioni nei nostri confronti. È un argomento che sulla bocca di un pacifista suona quanto meno strano e fuori luogo.

Un terzo dubbio mi tormenta: a mio avviso, tutti noi occidentali, indipendentemente dalla questione se si condividano le ragioni della guerra o quelle della pace, coltiviamo, consapevolmente o inconsapevolmente, il pregiudizio di una presunta inferiorità dell'oriente. Un pregiudizio che non ha origini recenti, che ci è stato inculcato in un lontano passato ma che ancora condiziona le nostre categorie mentali contro ogni seria ricostruzione storica. L'11 settembre ci ha svegliato da questo comodo sonno della ragione e ci ha costretto a confrontarci con una superiorità psicologica i cui connotati ci risultano ancora misteriosi. Malgrado questo facciamo ancora finta che la forza sia dalla nostra parte nel momento in cui attribuiamo, da pacifisti, agli americani uno strapotere che, forse, non hanno più o che è solo apparente. Peggio ancora. Nel momento in cui accusiamo gli Sati Uniti, vogliamo, in realtà, continuare a cullarci in un'illusione di sicura invincibilità (tanto siamo, in ogni caso, dalla loro parte) e di incrollabile superiorità. È così comodo e rassicurante parlare male degli americani, lo facciamo da anni... ci fa sentire quei giovani filovietnamiti che eravamo una volta. Ma attenzione... e se così non fosse più? Perché non vogliamo neppure prendere in considerazione l'ipotesi che in realtà il nostro è un mondo debole e fragile? Abbiamo forse paura di guardare in faccia la realtà? Ed in questo caso, cioè se riuscissimo a considerare questa ipotesi in tutte le sue conseguenze, saremmo veramente ancora pacifisti?


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